Prima del “welfare generativo” | ..un’introduzione

Welfare generativo: da dove proviene?
Partiamo dal riferimento al contesto dal quale è nata la concezione di Welfare generativo.

Nell’evoluzione delle Politiche Sociali, si è giunti di recente alla categorizzazione sia di un cosiddetto “Welfare Mix”, che di un cosiddetto “Secondo Welfare”. Pur non volendo scendere troppo nel dettaglio, riportiamo alcune veloci definizioni di Welfare State, Welfare Mix e Secondo Welfare.

Maurizio Ferrera descrive così il significato di “Welfare”, nel volume “Le politiche sociali”:

«il welfare state è: un insieme di politiche pubbliche connesse al processo di modernizzazione;
tramite le quali lo Stato fornisce ai propri cittadini protezione contro rischi e bisogni prestabiliti, sotto forma di assistenza, assicurazione o sicurezza sociale; introducendo, fra l’altro, specifici diritti sociali nonché specifici doveri di contribuzione finanziaria».

Sempre nel Manuale del Ferrera, il “Welfare Mix”, connesso al “Diamante del Welfare”, viene così descritto:

«il quadrilatero costituito da stato, famiglia, mercato (del lavoro) e mondo associativo è a volte denominato il “diamante del welfare”. Il sistema di relazioni formali ed informali fra le quattro punte del diamante è a sua volta denominato “regime di welfare” o anche “welfare mix”. […], lo stato svolge tuttavia un ruolo predominante e sovraordinato all’interno del diamante: da un lato esso è infatti “contenitore” di tutti i processi di produzione del benessere, formali ed informali, pubblici e non pubblici […]; dall’altro, lo stato è il “regolatore sovrano” di questi processi».

Ancora Ferrera, stavolta nell’introduzione al «Secondo rapporto sul secondo welfare in Italia (2015)», dettaglia così il “Secondo welfare”:

«quando fu coniata, ormai cinque anni fa, l’espressione “secondo welfare” era un semplice titolo di giornale. In un’inchiesta del Corriere, Dario Di Vico intendeva attribuire un nome a una nuova generazione di politiche sociali, sviluppate al di fuori del perimetro pubblico, che «intrecciando le esperienze degli enti locali, delle fondazioni e delle aziende può aspirare ad aggiungere cinque punti di Pil di spesa sociale ai 27 finanziati ora dal welfare statale». Negli anni successivi, l’espressione si è progressivamente arricchita sul piano concettuale ed empirico ed è oggi diventata un’apprezzata categoria interpretativa, sempre più spesso utilizzata nel nostro dibattito pubblico.

Rispetto ad altre categorie (per esempio welfare di comunità, welfare mix, welfare civile), quella di “secondo welfare” ha due vantaggi. Ha una connotazione più generale, priva di delimitazioni territoriali o organizzative. Ed è un concetto “relazionale”, che getta un ponte immediato con la sfera del “primo welfare”. Il secondo welfare non si sostituisce al welfare state nella sua accezione classica, ma ne è un complemento, un’aggiunta. Interviene laddove il primo è lacunoso o addirittura assente; soprattutto, integra gli schemi e i programmi pubblici già esistenti, accrescendo così la capacità di risposta a rischi e bisogni sociali. Nel secondo welfare sono certo ricomprese le molte iniziative legate ai territori e alle comunità locali; le azioni che emergono “dal basso”, dalla società civile e dalle varie associazioni intermedie; quelle che poggiano su nuove combinazioni fra soggetti pubblici, privati e non profit».

Alle spalle del Welfare generativo non troviamo solo “Secondo Welfare” o “Welfare Mix”, ma addirittura anche il “Welfare Society”, descritto come un Sistema:

«..che [darebbe] la possibilità di passare dall’attuale (e quanto mai obsoleto) welfare state per la costruzione di una società del ben-essere, fondata su valori di reciprocità, fiducia e mutualità», ed espresso in altre parole tramite la seguente teorizzazione:

«la possibilità che un welfare mix possa essere nel lungo periodo la risposta ai bisogni della società è molto bassa: un sistema in cui lo Stato conservi il monopolio della committenza, rinunciando – in tutto o in parte – al monopolio della gestione dei servizi di welfare, basandosi solamente su strumenti quali la convenzione o le gare al massimo ribasso, non è in grado né di garantire la massima qualità possibile, né la riduzione della spesa statale (qualora questa venga vista come obiettivo primario dell’agire pubblico in tal senso).

L’alternativa che si presenta a questo punto […], come suggerito da studiosi anche in altri paesi europei, ad esempio la Svezia (Pestoff 2005), è quella della scelta tra: un pluralismo societario, caratterizzato da un alto livello di democrazia economica , in cui i soggetti non profit (o del Terzo Settore) acquisiscono un ruolo più importante, come alternativa al pubblico o al privato for profit; una privatizzazione estrema, in cui la sfera for profit andrà a sostituire il ruolo finora assunto dallo Stato, senza modificare il ruolo complementare assunto dal Terzo Settore».

Il Welfare generativo è quindi figlio delle riflessioni fatte sulla necessità di un’innovazione urgente del Sistema di Welfare, una chiamata che non mira semplicemente ad innovare, ma prima di tutto a responsabilizzare, condividere.. renderci un po’ più consapevoli, come vedremo, dell’importanza di essere comunità.

Citazioni:

Ferrera Maurizio (a cura di), Le politiche sociali, Il Mulino, Manuali, Seconda edizione, 2012, Bologna, p. 17

Op. Cit. Le politiche sociali, pp. 14 – 15

Maino F., Ferrera M. (a cura di), Secondo Rapporto sul secondo welfare in Italia 2015, Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi, Torino, 2015, [ISBN 97888909417-5-7]

Venturi Paolo (Direttore AICCON), Villani Ruggero (AICCON Ricerca) (a cura di), Nuovo Welfare e valore aggiunto dell’economia sociale, AICCON Ricerca, Università di Bologna, p. 8

Op. Cit. Venturi Paolo (Direttore AICCON), Villani Ruggero (AICCON Ricerca) (a cura di), Nuovo Welfare e valore aggiunto dell’economia sociale, pp. 8 – 9

 

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